Stefano Fugazza

METAMORFOSI DI EMOZIONI
Che cosa passa per la testa di un ragazzo, uno che abbia venti o trent’anni (è un ragazzo anche a trent’anni, come ci spiegano psicologi e sociologi). Le stesse cose, si immagina, che agitavano i pensieri dei giovani di ieri, di qualche decennio fa, di un secolo fa, delle epoche più lontane: il sesso, nelle sue complicazioni con l’amore; la rabbia e la fame; i dubbi se gli ideali possano convivere col cinismo dell’età adulta, e via elencando. Solo che oggi tutto questo patrimonio mentale di pensieri e di emozioni è sottoposto a un numero di sollecitazioni infinitamente superiore al passato, perché i nostri occhi non smettono un minuto di vedere, e le nostre orecchie non godono mai il silenzio, né mai le nostre mani giacciono inerti. Ne derivano una metamorfosi continua, una percezione immensa e frammentaria, l’impossibilità di rendere duraturo un solo istante. Ecco perché un giovane di oggi come Gabriele, posto di fronte allo schermo continuamente mobile della realtà, ne registra gli slittamenti continui, la mobilità permanente.

Non ha alcuna intenzione di dare un giudizio su questo stato di cose, eventualità che gli parrebbe anche frutto di presunzione; semplicemente aderisce, con un coinvolgimento totale, alla dinamica inarrestabile del mondo. Nelle sue opere, difatti, i frammenti delle memorie e le rievocazioni di attimi di vita si inseriscono dentro strutture in movimento, scie vividamente colorate, forme in rapida evoluzione. In questo modo, Gabriele ci restituisce, rielaborate in forma d’arte, innumerevoli immagini dello spettacolo quotidiano: i graffiti metropolitani (ma come visti dal finestrino di un tram o di un’automobile), certi giochi elettronici, parecchie formule della pubblicità, il caleidoscopio delle insegne notturne, nella via commerciale di una grande città. Ma lo sguardo del ragazzo-pittore (cioè di Gabriele) non è superficialmente incantato dalla rutilante vernice della modernità: in mezzo alle scie geometricamente inflessibili, non prive di durezza, compaiono referti figurativi, spesso un volto o un corpo femminile: frammenti, e dunque simboli di una penosa disarticolazione, ma al tempo stesso richiami a sentimenti e ad emozioni (quelli di sempre) ben vivi dentro le nostre città postmoderne, sotto ed oltre le realtà virtuali, i profili d’acciaio degli edifici, l’algida perfezione delle cose che ci circondano.

È un merito di Gabriele ricordarci (lo fa con una convinzione assoluta, con una fiducia motivata, che non è solo frutto della giovinezza) che il valore salvifico dell’arte può trovare posto anche all’interno della dimensione tecnologicamente più avanzata, anche nelle città di Blade Runner, e che i colori dell’anima, vividi e urlanti, non possono esser trascurati. Ha anche il merito di dimostrarci che non necessariamente l’arte deve prendere il cammino della drammaticità, come accade per un pittore a cui del resto Gabriele deve molto, Francis Bacon, ma può percorrere anche altre strade, meno impervie, più accattivanti, più protese a riconoscere quanto dell’uomo debba essere.
Stefano Fugazza